Aquae Statiellae e la città dell’acqua
La storia romana di Acqui è strettamente connessa alle sorgenti termali, che favorirono lo sviluppo di Aquae Statiellae. Gli imponenti resti dell’acquedotto ricordano l’importanza delle infrastrutture necessarie a governare l’acqua, mentre la presenza delle sorgenti calde ha continuato nei secoli a definire la vita e l’immagine della città. Il termalismo non è dunque un’aggiunta moderna, ma una componente strutturale dell’identità acquese.
La Bollente, simbolo urbano
Nel cuore del centro storico la sorgente della Bollente trasforma un fenomeno naturale in un vero monumento cittadino. L’edicola ottocentesca rende visibile e scenografica la presenza dell’acqua termale, stabilendo una continuità simbolica tra la città contemporanea e la sua storia antica. Intorno a questo punto si sviluppa un tessuto urbano nel quale convivono testimonianze medievali, edifici religiosi e atmosfere legate alla stagione termale moderna.
La Cattedrale e l’orizzonte europeo
La Cattedrale di Santa Maria Assunta testimonia il ruolo di Acqui anche come centro religioso e artistico. La cripta romanica conserva il carattere raccolto delle fasi medievali, mentre il trittico di Bartolomé Bermejo introduce nel percorso un’opera legata alla grande pittura iberica del Quattrocento. La presenza di un capolavoro di tale provenienza ricorda quanto le vie della devozione, del collezionismo e delle committenze artistiche superassero ampiamente i confini locali.
Villa Ottolenghi: un progetto lungo trent’anni
La storia della villa inizia nel 1923, quando Arturo Ottolenghi e Herta von Wedekind acquisirono una proprietà sulle colline di Monterosso. Il progetto, inizialmente affidato a Federico d’Amato e poi sviluppato da Marcello Piacentini, crebbe attraverso un lungo processo nel quale i proprietari coinvolsero artisti e progettisti di primo piano. La dimora divenne così l’espressione concreta di una visione culturale fondata sul dialogo fra le arti.
Una “opera d’arte totale” tra scultura e giardino
Arturo Martini, Fortunato Depero, Adolfo Wildt, Venanzo Crocetti, Ferruccio Ferrazzi e altri protagonisti del Novecento contribuirono al complesso con sculture, pitture e interventi decorativi. Anche il paesaggio fu progettato come parte integrante dell’esperienza, con il contributo di Pietro Porcinai. Villa, giardino, tempio, pergolati, studi e sculture formano quindi un sistema unitario nel quale ogni elemento è pensato in relazione agli altri: una concezione che trasforma la residenza privata in un laboratorio di mecenatismo e di cultura artistica.
La stupefacente Villa Ottolenghi Wedekind
Sulla collina di Monterosso, poco fuori dal centro di Acqui Terme, Villa Ottolenghi Wedekind appare come uno dei più singolari esempi italiani di residenza novecentesca concepita non soltanto come abitazione, ma come luogo nel quale architettura, scultura, pittura, arti decorative e paesaggio potessero fondersi in un’unica esperienza. La sua storia prende avvio nel 1923, quando Arturo B. Ottolenghi e la moglie Herta von Wedekind zu Horst, artista tedesca profondamente interessata alla scultura e alle arti, acquistarono una proprietà sulle alture di Borgo Monterosso e decisero di trasformarla in un ambiente capace di rispecchiare la loro passione per la bellezza e il loro ideale di mecenatismo. Quello che nacque non fu quindi il semplice ampliamento di una dimora di campagna, ma un progetto destinato a svilupparsi nell’arco di molti decenni, coinvolgendo alcune delle personalità più significative dell’architettura e dell’arte italiana del Novecento. I primi studi furono affidati all’architetto Federico D’Amato e al pittore Ferruccio Ferrazzi; dal 1930 intervenne Marcello Piacentini, che rielaborò l’impianto generale e chiamò a collaborare giovani progettisti destinati a diventare protagonisti della scena architettonica, tra i quali Ernesto Rapisardi, Ernesto Bruno La Padula e Giuseppe Vaccaro. Quest’ultimo assunse progressivamente un ruolo centrale nel coordinamento dei lavori e, dopo l’interruzione provocata dalla guerra, tornò negli anni Cinquanta per dare maggiore unità alle molte idee maturate nel corso del tempo, ampliando e sistemando la villa, completando gli studi destinati agli artisti e intervenendo su strutture come il grande sistema di raccolta delle acque, il pergolato e il muro in pietra che definisce il complesso. La particolarità di Villa Ottolenghi sta proprio in questa crescita per stratificazioni successive, guidata però da un’idea costante: fare della residenza un organismo nel quale ogni elemento, dal più monumentale al più minuto, partecipasse alla costruzione di un mondo coerente. Il mecenatismo di Arturo e Herta attirò a Monterosso artisti come Arturo Martini, Fortunato Depero, Adolfo Wildt, Libero Andreotti, Venanzo Crocetti e Ferruccio Ferrazzi, che contribuirono a trasformare la proprietà in una vera cittadella delle arti. Martini vi lavorò a opere divenute strettamente legate alla storia del luogo, tra cui il Tobiolo, Adamo ed Eva e i celebri leoni di Monterosso; Ferrazzi intervenne con pitture e invenzioni decorative; altri artisti lasciarono sculture, graffiti, mosaici e manufatti che ancora oggi dialogano con gli spazi architettonici e con la vegetazione. A rendere ancora più straordinario l’insieme fu, a partire dal 1955, l’intervento di Pietro Porcinai, uno dei maggiori paesaggisti italiani del Novecento. Chiamato da Astolfo Ottolenghi, figlio di Arturo e Herta, Porcinai lavorò fino ai primi anni Sessanta per ricomporre in un disegno unitario ambienti che si erano formati in epoche diverse: il giardino preesistente, il pergolato, il giardino roccioso, il grande prato, il tennis, la piscina e le visuali aperte verso il paesaggio dell’Alto Monferrato. La sua opera non si limitò a disporre piante e percorsi, ma costruì una sequenza di spazi nella quale natura e architettura si richiamano continuamente, lasciando che la collina, i vigneti e l’orizzonte diventassero parte integrante della villa. È in questo rapporto tra edificio e paesaggio che si comprende pienamente il fascino di Monterosso: il visitatore passa da ambienti raccolti a improvvise aperture panoramiche, da superfici costruite a quinte vegetali, da opere d’arte collocate all’aperto a strutture che sembrano nate per accompagnare il movimento attraverso il giardino. Accanto alla villa vera e propria si incontrano il cosiddetto Tempio di Herta, nato come mausoleo e caratterizzato da un grande portale metallico e da apparati decorativi legati a Ferruccio Ferrazzi, gli studi degli artisti, il pergolato di glicine, il giardino formale, il pozzo, la piscina e il grande Cisternone, o “Aquae”, originariamente destinato alla raccolta e alla redistribuzione dell’acqua piovana. Persino elementi apparentemente secondari, come le lavorazioni in ferro battuto, le sedute, le sculture disseminate nel verde e i dettagli delle pavimentazioni, concorrono a creare quella sensazione di scoperta continua che rende la visita sorprendente. La villa non segue infatti un solo linguaggio stilistico né può essere letta come l’opera di un unico autore: la sua identità nasce dalla sovrapposizione di contributi differenti, tenuti insieme dalla volontà dei committenti di fare dell’arte una presenza quotidiana e totalizzante. Dopo la morte di Arturo e Herta, fu Astolfo a proseguire l’impresa, completando e riordinando il complesso con nuovi interventi e nuove collaborazioni. In seguito la proprietà attraversò un lungo periodo di progressivo abbandono, fino al recupero avviato nel nuovo millennio, che ha restituito leggibilità agli edifici, ai giardini e alle opere. Il riconoscimento attribuito nel 2011 al parco nell’ambito degli European Garden Awards ha sottolineato il valore di un giardino che non costituisce un semplice ornamento della residenza, ma ne è una componente essenziale. Oggi Villa Ottolenghi Wedekind continua perciò a colpire soprattutto per la sua capacità di sottrarsi alle definizioni più semplici: è villa, collezione d’arte, giardino, laboratorio di architettura, memoria di un’intensa stagione di mecenatismo e, insieme, grande macchina scenografica costruita per mettere in relazione l’uomo con il paesaggio. Visitandola si percepisce ancora l’ambizione originaria di Arturo e Herta, quella di creare un luogo in cui il bello non fosse confinato in singole opere, ma diventasse il principio ordinatore di ogni spazio, di ogni prospettiva e di ogni dettaglio.
