Il “vicus Baronis”
La citazione del 973 come “vicus Baronis” restituisce l’immagine di un insediamento antico, precedente alla formazione della periferia moderna. Il toponimo diventa quindi la prima traccia di una continuità storica che attraversa oltre un millennio.
La Barona e i Corpi Santi
Fino al 1873 la zona fece parte del Comune dei Corpi Santi, la cintura di borghi e campagne intorno alla Milano murata. Questo rapporto aiuta a comprendere la funzione agricola del territorio e il suo legame quotidiano con l’approvvigionamento della città.
Santi Nazaro e Celso
La chiesa dei Santi Nazaro e Celso alla Barona conserva opere che collegano un luogo periferico alla grande pittura lombarda. Le tele ricordate nel percorso, riferite al Malosso e a Ercole Procaccini, mostrano come anche le chiese di borgo custodissero testimonianze artistiche di rilievo.
Il santuario di Santa Rita
Il santuario di Santa Rita introduce una stagione completamente diversa. La monumentalità dell’edificio e la ricchezza dei mosaici testimoniano il nuovo volto assunto dalla Barona nel Novecento, quando il quartiere rurale divenne parte della città in espansione.
Dalla campagna al quartiere verde
L’urbanizzazione ha ridotto cascine, orti e campi, ma non ha cancellato del tutto il rapporto con il verde. La Barona contemporanea conserva una forte identità locale e un carattere residenziale nel quale sopravvivono spazi aperti e memorie del paesaggio precedente.
Il quartiere Barona
La Barona occupa un settore della Milano sud-occidentale nel quale la città costruita continua a incontrare, quasi senza soluzione di continuità, paesaggi e testimonianze che appartengono alla sua antica dimensione rurale. È proprio questa compresenza a conferirle un carattere particolare: accanto alle strade intensamente urbanizzate, ai complessi residenziali, ai servizi e agli edifici sorti soprattutto nel corso del Novecento sopravvivono infatti cascine, rogge, spazi verdi, lembi agricoli e tracciati che ricordano un territorio molto diverso da quello attuale. Per secoli questa zona non fu una periferia nel significato moderno del termine, ma un insieme di piccoli nuclei abitati, poderi, campi irrigui e insediamenti agricoli distribuiti fuori dalla città murata e strettamente legati alla vita economica di Milano. La ricchezza d’acqua costituì uno degli elementi determinanti del paesaggio: il Naviglio Grande e il Naviglio Pavese, il Lambro Meridionale e la fitta rete di rogge e canali artificiali consentivano di irrigare campi, prati e risaie, alimentando un sistema agricolo particolarmente produttivo. L’acqua non aveva soltanto una funzione pratica, ma disegnava il territorio, delimitava proprietà, accompagnava le strade di campagna e contribuiva alla formazione di quelle marcite che permettevano di ottenere più tagli di foraggio durante l’anno. In questo ambiente si svilupparono le cascine, veri organismi produttivi nei quali abitazioni, stalle, fienili, depositi e corti erano riuniti in strutture spesso autosufficienti. Alcune di queste presenze sono sopravvissute all’espansione della città e consentono ancora oggi di comprendere quanto profonda sia stata la vocazione agricola della Barona. Particolarmente significativa è la Cascina Battivacco, le cui origini documentate risalgono al Medioevo e che conserva la tipica organizzazione a corte chiusa degli insediamenti rurali lombardi; ancora oggi l’attività agricola continua a caratterizzare questa parte del territorio e la coltivazione del riso mantiene un legame concreto con una tradizione che sembrerebbe, a prima vista, incompatibile con i confini di una grande metropoli. La storia della Barona è strettamente intrecciata anche con quella dei Corpi Santi, il vasto territorio esterno alla cerchia urbana che riuniva borghi, cascine e campagne distribuiti intorno a Milano. La zona apparteneva ai Corpi Santi di Porta Ticinese e rimase amministrativamente distinta dalla città fino al 1873, quando il Comune dei Corpi Santi venne definitivamente aggregato a Milano. Quel passaggio segnò l’inizio di un processo destinato a modificare radicalmente il rapporto tra centro urbano e campagna: i territori fino ad allora esterni entrarono nella città e, con il progressivo aumento della popolazione, con lo sviluppo delle infrastrutture e con l’industrializzazione, iniziarono a trasformarsi in nuovi quartieri. Prima di questa trasformazione, tuttavia, il cuore della Barona aveva già una propria precisa identità religiosa e comunitaria. La chiesa dei Santi Nazaro e Celso, attestata almeno dal Medioevo e legata in origine ai possedimenti dei monaci di San Celso, rappresentava un punto di riferimento fondamentale per gli abitanti dispersi nelle cascine e nei piccoli nuclei rurali. Nel 1567, durante l’episcopato di Carlo Borromeo, la chiesa fu elevata a parrocchia, riconoscendo così la crescita e la stabilità della comunità locale. L’edificio attuale è il risultato di successive trasformazioni e della ricostruzione seguita all’incendio che colpì la chiesa alla fine dell’Ottocento; la sua presenza lungo via Zumbini continua comunque a indicare uno dei luoghi nei quali è possibile leggere la continuità tra il vecchio borgo e il quartiere moderno. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento la Barona cominciò lentamente a perdere l’isolamento che l’aveva caratterizzata. L’espansione di Milano verso sud e verso ovest, la crescita delle attività produttive e l’insediamento di stabilimenti e laboratori modificarono progressivamente un paesaggio fino ad allora dominato dalla campagna. Il cambiamento divenne molto più rapido nel secondo dopoguerra, quando la necessità di nuove abitazioni e servizi accompagnò l’aumento della popolazione cittadina e trasformò vaste porzioni del territorio. Sorsero nuovi complessi residenziali, si aprirono strade, vennero realizzati edifici scolastici e strutture collettive e la trama agricola venne in molti punti inglobata nel tessuto urbano. La Barona assunse così il volto di un quartiere popolare e residenziale, caratterizzato da una forte mescolanza tra insediamenti di epoche differenti. Anche gli edifici religiosi testimoniano questa nuova fase: il Santuario di Santa Rita, divenuto uno dei principali punti di riferimento spirituale della zona, appartiene alla storia della Barona novecentesca e alla crescita di una comunità ormai pienamente urbana. L’espansione edilizia, tuttavia, non cancellò completamente la struttura precedente. Una delle caratteristiche più interessanti della Barona contemporanea consiste proprio nella sopravvivenza di ampi spazi verdi e agricoli a breve distanza dalle zone densamente abitate. Il Parco Andrea Campagna, già noto come Parco Teramo-Barona, fu progettato all’inizio degli anni Settanta durante una fase di intensa espansione urbanistica, con l’obiettivo di offrire agli abitanti dei nuovi quartieri un grande spazio pubblico e un luogo d’incontro. Nel parco e nei suoi dintorni sono ancora leggibili elementi del paesaggio precedente: rogge, filari, orti e cascine ricordano che sotto la geometria della città moderna continua a esistere la struttura della campagna milanese. La vicinanza con il Parco Agricolo Sud Milano rende questa continuità ancora più evidente e fa della Barona uno dei punti nei quali il passaggio dalla metropoli al territorio agricolo avviene in modo particolarmente percepibile. La trasformazione del quartiere non riguarda però soltanto l’architettura e il paesaggio, perché la Barona ha costruito nel tempo anche una forte tradizione di vita comunitaria. Le parrocchie, le associazioni, le cooperative, le realtà educative e le iniziative sociali hanno avuto un ruolo importante nel creare luoghi di incontro e nel rispondere ai problemi che accompagnano inevitabilmente la crescita di un grande quartiere urbano. Un esempio significativo è il Villaggio Barona, nato all’inizio degli anni Duemila come esperienza di residenza sociale accompagnata da servizi, attività, spazi comuni e iniziative aperte al territorio. La sua presenza testimonia una caratteristica che attraversa molte fasi della storia locale: la capacità di costruire relazioni e forme di solidarietà in una zona che, pur essendo stata profondamente trasformata dall’espansione metropolitana, conserva una dimensione di quartiere riconoscibile. Oggi la Barona presenta quindi numerosi volti contemporaneamente. È un quartiere pienamente inserito nella città, attraversato da importanti direttrici di traffico e caratterizzato da una struttura residenziale consolidata; è un territorio nel quale convivono edilizia popolare, condomini, servizi, attività commerciali, strutture religiose, realtà sociali e grandi spazi verdi; ma è anche uno dei luoghi di Milano nei quali la memoria della campagna resta sorprendentemente vicina. Basta allontanarsi dalle strade più trafficate e dirigersi verso le cascine, le rogge e le aree agricole meridionali per ritrovare una dimensione che sembra appartenere a un’altra epoca. Questa stratificazione permette di leggere la Barona non semplicemente come una periferia formatasi attorno al centro storico, ma come un territorio dotato di una storia autonoma, successivamente incorporato dalla crescita di Milano. Le trasformazioni dell’ultimo secolo hanno cambiato quasi completamente il suo aspetto, ma non hanno cancellato la trama profonda sulla quale il quartiere si è formato: l’acqua, le campagne, le cascine, le antiche vie, le chiese e i nuclei abitati continuano a costituire riferimenti riconoscibili e contribuiscono a spiegare il forte senso di appartenenza che ancora caratterizza la zona. La Barona appare così come un esempio particolarmente significativo del modo in cui Milano si è costruita inglobando territori preesistenti e sovrapponendo alla campagna nuovi paesaggi urbani senza riuscire, e forse senza voler riuscire, a cancellarne completamente le tracce. Conoscere il quartiere significa quindi leggere contemporaneamente più città: quella agricola dei Corpi Santi, quella dell’espansione industriale, quella dei grandi interventi residenziali del secondo Novecento e quella contemporanea, nella quale la tutela del verde, il recupero delle cascine, la valorizzazione degli spazi pubblici e le esperienze di socialità cercano di mantenere vivo il rapporto tra memoria e trasformazione.