Itinerari e visite guidate a Milano


MARTEDÌ 1 DICEMBRE 2026, ORE 15,20

IL TEMPO SACRO DELL’ANTICO EGITTO

Il nuovo riallestimento della sezione egizia del Castello Sforzesco

Galleria dell’Antico Egitto al Castello Sforzesco di Milano

La sezione egizia del Castello Sforzesco di Milano, un nucleo di grande importanza per l’archeologia a livello cittadino, è stata oggetto di un progetto complessivo di riallestimento e valorizzazione museale che ne rinnova il percorso espositivo e l’esperienza di visita. Con la nuova “Galleria dell’Antico Egitto”, il riallestimento non si limita a una semplice riorganizzazione degli spazi, ma si propone di rilanciare la narrazione multidisciplinare della civiltà egizia attraverso un percorso tematico più chiaro, coerente e accessibile, in linea con pratiche museali contemporanee. La nuova Galleria dell’Antico Egitto è concepita come un percorso cronologico e tematico attraverso la storia, la società e la religione dell’antico Egitto. L’allestimento valorizza gli aspetti centrali di questa civiltà antica e introduce il pubblico a temi che vanno dalla vita quotidiana alle credenze funerarie, dai riti religiosi alla statua del faraone come simbolo di potere. Il percorso si articola idealmente in sezioni tematiche come la figura del faraone, gli dei e i culti, la vita quotidiana, la scrittura e le pratiche funerarie con una particolare attenzione alle modalità di comunicazione tra umano e divino e alla relazione dell’uomo con il cosmo nella cultura egizia. Nell’allestimento rinnovato rivestono un ruolo di primo piano reperti che raccontano la complessità e la straordinaria ricchezza culturale dell’Egitto antico: la statua del faraone Amenemhat III, uno dei pezzi più emblematici della raccolta; i frammenti del Libro dei Morti, che illustrano la concezione egizia dell’aldilà; le statuette mummiformi (ushabty), amuleti e immagini di divinità in forme antropomorfe e zoomorfe; sarcofagi e mummie di varie tipologie, che offrono una testimonianza diretta delle pratiche funebri e della materialità rituale della morte nell’antico Egitto.

Visita guidata a cura di Valeria Gerli.

Info

Quota: 15 euro (visita guidata, radiocuffie) + biglietto di ingresso euro 5 intero, euro 3 over 65. Ingresso gratuito tessera Musei Lombardia da comunicare obbligatoriamente in fase di iscrizione. Disdette senza penali consentite entro 10 gg lavorativi; oltre tale limite, la quota dovrà essere corrisposta. Per partecipare è necessario iscriversi all'associazione.

Quando

Quando: martedì 1 dicembre 2026, ore 15,20

RICHIESTA INFORMAZIONI/PRENOTAZIONE

Il riallestimento della sezione egizia del Castello Sforzesco propone una narrazione cronologica e tematica della civiltà del Nilo. Oggetti, immagini e testi mettono in relazione vita quotidiana, potere regale, religione e aldilà, con un percorso museale progettato per essere chiaro e accessibile.

Una nuova Galleria dell’Antico Egitto

La sezione egizia è stata rinnovata attraverso un progetto complessivo di allestimento e valorizzazione. La nuova Galleria non si limita a riordinare i reperti, ma costruisce un racconto multidisciplinare coerente con le pratiche museali contemporanee.

Il faraone e il potere

La figura del faraone è al centro dell’organizzazione politica, religiosa e simbolica dell’antico Egitto. La statua di Amenemhat III, tra i reperti più emblematici della raccolta, introduce alla rappresentazione della regalità e alla sua dimensione sacra.

Gli dei, i culti e il cosmo

Divinità antropomorfe e zoomorfe, immagini rituali e amuleti raccontano la comunicazione tra umano e divino. Il percorso approfondisce il rapporto con il cosmo, i cicli naturali e il tempo sacro che ordinavano la vita religiosa egizia.

Scrittura e vita quotidiana

La scrittura permetteva di amministrare, tramandare conoscenze e dare efficacia alle formule religiose. Accanto ai testi, gli oggetti della vita quotidiana restituiscono attività, ruoli sociali e aspetti concreti di una civiltà osservata oltre i suoi monumenti più celebri.

La morte e la vita nell’aldilà

Frammenti del Libro dei Morti, ushabty, sarcofagi e mummie documentano le pratiche funerarie e le concezioni dell’aldilà. La conservazione del corpo, le formule e gli oggetti deposti nella tomba preparavano il defunto alla trasformazione e alla vita oltre la morte.

L'Antico Egitto al Castello Sforzesco

Galleria dell'Antico Egitto al Castello Sforzesco di MilanoNel cuore del Castello Sforzesco di Milano, negli ambienti sotterranei della Corte Ducale, la Galleria dell’Antico Egitto custodisce una raccolta che permette di attraversare millenni di storia lungo le rive del Nilo e di incontrare una civiltà nella quale il potere dei sovrani, il lavoro degli uomini, la parola scritta e il culto degli dèi erano profondamente intrecciati. Riaperta al pubblico il 5 marzo 2026 dopo un ampio intervento di rinnovamento, la Galleria presenta circa 330 reperti selezionati da un patrimonio civico di circa 3.000 oggetti: non soltanto testimonianze di tombe e rituali funerari, ma anche opere che parlano di organizzazione sociale, vita quotidiana, immagini, devozione e incontri fra culture. Le origini della collezione milanese risalgono ai primi decenni dell’Ottocento, quando l’interesse europeo per l’Egitto favorì l’arrivo a Milano di sarcofagi, mummie e papiri destinati al Gabinetto Numismatico e alla Biblioteca di Brera. Fra i nuclei più antichi si ricordano la cosiddetta mummia Busca e i materiali legati alle raccolte dei consoli Bernardino Drovetti e Giuseppe Acerbi; nel corso del tempo, questi oggetti confluirono nel patrimonio dei musei cittadini, arricchito da donazioni, acquisti e scavi archeologici. Un momento decisivo di questa storia fu rappresentato dalle missioni dirette negli anni Trenta del Novecento dal papirologo Achille Vogliano nell’oasi del Fayum, in particolare a Tebtynis e a Medinet Madi: i ritrovamenti di quelle campagne collegano direttamente la ricerca archeologica milanese ai luoghi d’origine dei reperti e costituiscono ancora oggi uno dei nuclei più preziosi della raccolta. Il nuovo allestimento rende leggibile questa vicenda attraverso un percorso articolato in sei ambiti tematici, che conducono dal mondo dei vivi a quello degli dèi e dei defunti, per poi soffermarsi sul contributo degli scavi milanesi e sulle trasformazioni dell’Egitto in età greco-romana e copta. La sezione dedicata alla vita nell’antico Egitto introduce il visitatore alle figure che strutturavano la società: il faraone e la famiglia reale, i funzionari incaricati dell’amministrazione, gli scribi che registravano e trasmettevano informazioni e gli artigiani capaci di trasformare pietra, legno, metalli e altri materiali in oggetti d’uso e opere destinate al culto. La scrittura, presente su monumenti, papiri e piccoli manufatti, non era soltanto uno strumento pratico, ma poteva attribuire identità, conservare la memoria e rendere efficaci invocazioni e formule rituali; allo stesso modo, le immagini rispondevano a convenzioni precise e avevano significati che andavano oltre la semplice rappresentazione di persone o animali. Accanto a questi aspetti della vita terrena, la Galleria esplora il rapporto degli Egizi con il divino attraverso bronzetti, amuleti, oggetti votivi e raffigurazioni di divinità dalle sembianze umane, animali o miste: forme differenti che esprimevano caratteristiche e poteri degli dèi e che accompagnavano la protezione della persona nei diversi momenti dell’esistenza. Nella cultura egizia, infatti, la religione permeava il calendario delle feste, la legittimazione del potere regale, il funzionamento dei templi e le speranze legate al destino individuale. Un posto particolarmente ampio è riservato alla preparazione della morte e alla prospettiva di una nuova vita nell’aldilà. Sarcofagi decorati, mummie, vasi canopi, statuette funerarie e amuleti mostrano come la conservazione del corpo, la protezione magica e la disponibilità di ciò che poteva servire al defunto fossero considerate condizioni importanti per proseguire l’esistenza oltre la morte. Le piccole figure dette ushabty, destinate a svolgere simbolicamente lavori al posto del defunto nell’altro mondo, aiutano a comprendere quanto concretamente gli Egizi immaginassero la continuità fra vita terrena e vita ultraterrena. Fra le testimonianze scritte spiccano il papiro Busca, lungo circa sette metri e concesso in deposito dalla Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, e il papiro appartenuto al sacerdote e scriba reale Hornefer: entrambi conservano estratti del cosiddetto Libro dei Morti, una raccolta di formule che dovevano assistere il defunto nelle prove e nei passaggi del viaggio ultraterreno. Il percorso dedicato a Milano in Egitto riporta invece l’attenzione sulle scoperte di Vogliano nel Fayum, territorio di insediamenti, coltivazioni e importanti luoghi di culto. Da Medinet Madi proviene la statua del faraone Amenemhat III, sovrano del Medio Regno legato alla fondazione di un complesso templare: la sua presenza nella raccolta consente di avvicinarsi alla rappresentazione della regalità e, nello stesso tempo, di riconoscere il ruolo svolto dagli studiosi milanesi nella conoscenza dell’Egitto antico. La narrazione non si arresta all’età dei faraoni: gli oggetti riferibili all’Egitto greco-romano raccontano una società attraversata da contatti e trasformazioni, nella quale tradizioni locali e apporti ellenistici e romani si incontrarono nelle pratiche religiose, nell’arte e nella vita quotidiana. Le testimonianze dell’Egitto copto illustrano poi l’affermazione del cristianesimo, i mutamenti delle forme artistiche, delle lingue e delle devozioni e la persistenza di elementi culturali più antichi. Visitare la Galleria significa dunque osservare da vicino opere spesso nate per funzioni molto diverse da quelle che oggi attribuiamo a un oggetto da museo e ricostruirne il contesto: un sarcofago non è soltanto un manufatto dipinto, un papiro non è soltanto un testo da decifrare e una statua non è soltanto un’immagine scolpita. Sono tracce materiali di persone, credenze e gesti che, riunite nella collezione milanese e interpretate dal nuovo percorso espositivo, restituiscono la complessità di una civiltà capace di trasformarsi nel corso dei secoli senza perdere il legame con la propria memoria.

La Galleria dell'Antico Egitto al Castello Sforzesco di Milano

Milano e l'antico Egitto

Milano e la tradizione delle spedizioni archeologiche in EgittoIl rapporto tra Milano e l’archeologia egiziana non si esaurisce nella formazione di una raccolta museale, ma si lega a una vera tradizione di ricerca sul campo che, con fasi e protagonisti diversi, ha attraversato quasi un secolo di storia universitaria e scientifica. Le sue radici più riconoscibili si collocano negli anni Trenta del Novecento, quando Achille Vogliano, filologo classico e papirologo chiamato nel 1932 all’Università degli Studi di Milano, avviò in Egitto una serie di campagne che avrebbero dato alla città un ruolo originale negli studi sul mondo antico. Vogliano non era un egittologo nel senso tradizionale del termine: il suo interesse nasceva soprattutto dai testi, dai papiri e dalla possibilità di ricostruire attraverso documenti spesso frammentari la vita intellettuale e quotidiana dell’età greco-romana. Proprio questa prospettiva spiega la scelta del Fayum, una regione particolarmente ricca di insediamenti antichi e di testimonianze scritte, dove la presenza di sabbie asciutte aveva favorito la conservazione di papiri, ostraka e materiali organici. Nel 1934 Vogliano lavorò a Tebtynis, l’odierna Umm el-Breigât, antico centro sviluppatosi sul margine meridionale dell’oasi, e l’anno seguente indirizzò le ricerche verso Medînet Mâdi. Le campagne furono condotte sotto l’egida dell’Università di Milano e del Museo Civico e ricevettero anche il sostegno economico del Comune: un dato importante, perché rivela come l’impresa non fosse considerata soltanto un’attività accademica, ma un progetto capace di coinvolgere direttamente le istituzioni cittadine. A Tebtynis le indagini portarono alla luce testi e oggetti della vita quotidiana, contribuendo alla nascita della collezione papirologica milanese e offrendo una documentazione preziosa sulla società egiziana di età ellenistica e romana. A Medînet Mâdi, invece, la ricerca assunse una dimensione archeologica ancora più ampia. Qui Vogliano individuò e scavò un importante complesso templare di origine faraonica, dedicato alla dea Renenutet e al dio Sobek e successivamente ampliato in epoca tolemaica. Tra i ritrovamenti vi fu la celebre statua del faraone Amenemhat III, oggi uno dei reperti più rappresentativi della collezione egizia milanese: un oggetto che rende visibile, nelle sale del Castello Sforzesco, il legame concreto fra lo scavo in Egitto e la storia culturale della città. Le campagne del Fayum produssero risultati che non rimasero confinati alla scoperta di singoli reperti. Esse alimentarono pubblicazioni scientifiche, esposizioni, collezioni di studio e soprattutto un metodo di ricerca fondato sul dialogo fra archeologia, papirologia, filologia e storia. È proprio questa integrazione fra testimonianze materiali e documenti scritti a costituire uno degli elementi più caratteristici della scuola milanese: a Tebtynis, in particolare, la possibilità di leggere i testi in rapporto agli edifici, alle strade, ai quartieri e agli oggetti da cui provenivano permetteva di ricostruire non soltanto episodi isolati, ma interi aspetti della vita di un insediamento. La guerra interruppe quella stagione di ricerche, ma non cancellò l’eredità costruita negli anni precedenti. La Collezione e Biblioteca di Papirologia dell’Università degli Studi di Milano, nata nel 1934 proprio grazie alle attività di Vogliano e ai materiali provenienti da Tebtynis e Medînet Mâdi, continuò a rappresentare uno dei luoghi in cui questa esperienza veniva conservata e studiata; alla metà degli anni Sessanta il cantiere di Medînet Mâdi fu inoltre riaperto, segnando una ripresa della presenza milanese sul terreno egiziano. La continuità divenne ancora più evidente nel 1988, quando l’Università degli Studi di Milano e l’Institut français d’archéologie orientale del Cairo costituirono una missione congiunta per tornare a scavare a Tebtynis, un sito che dopo la campagna italiana del 1936 era rimasto per oltre mezzo secolo quasi completamente fuori dai programmi di ricerca. La scelta si rivelò particolarmente feconda: gli scavi hanno consentito di individuare quartieri ellenistici prima sconosciuti, aree di epoca bizantina, edifici pubblici, case, impianti termali, strutture religiose e spazi legati all’amministrazione e all’economia del villaggio. Parallelamente, sono venuti alla luce migliaia di testi in lingue diverse, dal greco al demotico, dall’aramaico al copto e all’arabo, confermando l’eccezionale potenzialità di un sito nel quale la lunga durata dell’insediamento permette di seguire trasformazioni sociali e culturali per molti secoli. Il ritorno a Tebtynis non fu dunque un semplice omaggio alle campagne di Vogliano, ma il recupero consapevole di una linea di ricerca che aveva già individuato nel rapporto fra archeologia e documentazione scritta la sua forza principale. La tradizione milanese in Egitto si è ulteriormente rinnovata nel XXI secolo con l’apertura di nuovi cantieri e con una crescente attenzione alle metodologie interdisciplinari, alla conservazione e alla tutela dei siti. Particolarmente significativa è la missione EIMAWA, Egyptian-Italian Mission at West Aswan, nata dalla collaborazione tra l’Università degli Studi di Milano e le autorità egiziane e attiva nell’area occidentale di Assuan, attorno al Mausoleo dell’Aga Khan III. Dopo una ricognizione preliminare nel 2018, le campagne iniziate nel 2019 hanno portato alla mappatura di centinaia di tombe distribuite su una vasta necropoli utilizzata per molti secoli, dalla tarda età faraonica all’epoca greco-romana. Lo scavo di sepolture collettive, lo studio di mummie, sarcofagi, ceramiche, materiali iscritti e resti umani consente oggi di affrontare domande molto diverse da quelle che guidavano le esplorazioni del primo Novecento: non soltanto chi fosse sepolto in una determinata tomba o quale oggetto vi fosse deposto, ma come fossero organizzati gli spazi funerari, quali rapporti sociali esistessero fra gli individui, quali condizioni di vita e di salute emergessero dai resti biologici e come la necropoli si fosse trasformata nel corso del tempo. Accanto allo scavo, assumono un ruolo essenziale la documentazione digitale, la geolocalizzazione, le indagini geofisiche, lo studio antropologico, il restauro, la messa in sicurezza e la formazione di giovani ricercatori. In questa prospettiva la continuità fra le missioni di Vogliano e quelle contemporanee non consiste nell’uso degli stessi strumenti o nel perseguimento degli stessi obiettivi, ma nella capacità dell’ambiente scientifico milanese di mantenere un rapporto diretto e duraturo con il territorio egiziano, rinnovando metodi e domande. Anche il legame con le collezioni cittadine conserva un significato particolare. I materiali arrivati a Milano attraverso le campagne del Fayum sono oggi parte di un patrimonio che non viene presentato come una semplice raccolta di oggetti esotici, ma come il risultato di precise vicende di studio, di scavo e di collaborazione istituzionale. La sezione “Milano in Egitto” della Galleria dell’Antico Egitto del Castello Sforzesco rende esplicita questa storia e permette di comprendere perché alcuni reperti abbiano per la città un valore che va oltre la loro importanza archeologica: essi documentano l’attività di studiosi milanesi, il sostegno delle istituzioni civiche, la nascita di raccolte universitarie e museali e una rete di rapporti scientifici che continua nel presente. Oggi l’Università degli Studi di Milano mantiene infatti attività archeologiche sia a Tebtynis sia ad Assuan, mentre gli archivi, le collezioni papirologiche e i materiali conservati a Milano consentono di rileggere le campagne del passato con strumenti nuovi e con maggiore attenzione alla provenienza, al contesto e alla storia della ricerca. Ne emerge un rapporto con l’Egitto fatto non di una singola spedizione memorabile, ma di una lunga successione di esperienze: dai primi scavi nel Fayum alle missioni internazionali contemporanee, dall’interesse per i papiri alla ricostruzione di interi paesaggi archeologici, dalla ricerca di reperti alla tutela e allo studio integrato dei contesti. È in questa continuità, capace di unire museo, università, ricerca sul campo e formazione, che si riconosce la specifica tradizione archeologica milanese in Egitto, una storia iniziata quasi un secolo fa e ancora oggi pienamente attiva.




CONTATTACI

Per richieste di informazioni e iscrizioni, compilare il modulo sottostante. Risponderemo a breve.