Via XX Settembre racconta la Milano alto-borghese di fine Ottocento attraverso urbanistica, architettura e biografie imprenditoriali. Il viale collega idealmente la città delle mura spagnole alla nuova espansione oltre il centro, mentre ville, palazzi e dettagli decorativi ricordano famiglie che parteciparono alla crescita industriale, editoriale e commerciale della città.
Dal Bastione alla nuova città
Il tracciato di via XX Settembre conduce verso il luogo dove sorgeva il Bastione delle mura spagnole. Il rapporto tra il vecchio limite urbano e il nuovo quartiere mostra con immediatezza come Milano abbia trasformato i propri margini in spazi residenziali di prestigio.
Un quartiere per la nuova borghesia
Alla fine dell’Ottocento l’area divenne un quartiere elegante, destinato a una borghesia imprenditoriale in forte ascesa. La qualità delle dimore e l’impianto alberato del viale traducono nello spazio urbano il desiderio di rappresentazione di una nuova classe dirigente.
Frova, Hoepli e Crespi
Le storie dei Frova, di Ulrico Hoepli e di Pasquale Crespi collegano il quartiere al commercio, all’editoria e all’industria. Le abitazioni diventano così punti di partenza per raccontare non soltanto architettura, ma anche la rete economica che stava trasformando Milano.
Falck e Borletti
Anche le famiglie Falck e Borletti rimandano alla grande stagione industriale milanese. Il Linificio e Canapificio Nazionale e, più tardi, la Rinascente ricordano come industria e commercio abbiano contribuito alla costruzione dell’identità moderna della città.
Torrette, logge e mosaici
Il fascino della passeggiata sta nei dettagli: torrette, logge, mosaici, villini scomparsi e architetture nate per distinguersi. A questi elementi si aggiungono la memoria di una chiesa ricomposta e di un collegio femminile, che ampliano il racconto oltre la sola dimensione residenziale.
Via XX Settembre
Via XX Settembre appartiene a quella Milano che rivela la propria storia attraverso la forma delle strade, il verde dei giardini e il rapporto fra le case e lo spazio pubblico. A breve distanza dal Castello Sforzesco e dal Parco Sempione, il suo carattere residenziale conserva la memoria di una stagione in cui la città stava ridefinendo la propria fisionomia e la borghesia imprenditoriale cercava nuovi luoghi nei quali abitare. La nascita della via si inserisce nelle trasformazioni previste dal Piano Beruto, elaborato fra il 1884 e il 1889: mentre l’antica piazza d’armi alle spalle del Castello veniva destinata al futuro Parco Sempione, le aree verso Porta Magenta si aprivano alla costruzione di un quartiere signorile. Il tracciato, orientato idealmente verso l’Arena Civica, fu suddiviso in lotti per villini con giardino. Anche il nome rimanda alla cultura dell’Italia unita: ricorda il 20 settembre 1870, la breccia di Porta Pia e la fine del potere temporale dei papi su Roma. L’origine relativamente recente della strada aiuta a comprenderne l’aspetto: non un percorso medievale adattato lentamente a nuove esigenze, ma un ambiente pensato per un preciso modo di vivere. Il villino urbano offriva infatti una soluzione diversa dal grande palazzo affacciato direttamente sulla strada. Permetteva alla famiglia di disporre di una dimora autonoma, di ambienti di rappresentanza e di uno spazio verde che introduceva una distanza fra la vita domestica e il passaggio dei cittadini. La recinzione, il cancello e il percorso d’ingresso acquistavano così un ruolo architettonico: preparavano l’avvicinamento alla casa e ne regolavano la visibilità. In questa prospettiva il giardino non era un semplice ornamento, ma una parte essenziale dell’abitare, capace di dare respiro alle facciate e di rendere percepibile l’individualità di ciascuna residenza. Per leggere le architetture della via occorre inoltre distinguere i richiami agli stili del passato dalle successive aperture al gusto floreale. Il linguaggio neorinascimentale, diffuso nelle prime costruzioni, offriva un repertorio di logge, cornici e proporzioni con cui attribuire dignità e riconoscibilità alla casa moderna. L’eclettismo consentiva di combinare riferimenti diversi, mentre il Liberty assegnava un nuovo rilievo alle arti decorative e alla continuità fra edificio, arredo e lavorazione artigianale. Queste tendenze potevano succedersi anche all’interno della medesima dimora, attraverso ampliamenti e rinnovamenti: per questo non è sempre corretto ricondurre una villa a un’unica etichetta stilistica. Fra le residenze che meglio documentano la prima stagione del quartiere spiccava il villino di Ulrico Hoepli, costruito fra il 1894 e il 1896 su progetto di Carlo Formenti, al civico 2. La sua architettura neorinascimentale accompagnava una distribuzione interna articolata, con ambienti destinati alla conversazione, alla lettura e allo svago. Vi erano una sala da biliardo, una sala cinese e una sala rinascimentale; la scala principale in legno collegava i livelli della casa, mentre una loggia metteva in relazione la sala da pranzo con l’esterno. La vetrata realizzata dall’artista svizzero Richard Arthur Nüscheler introduceva un ulteriore elemento di qualità nella decorazione. Il villino, oggi scomparso, ricorda quanto l’identità del quartiere fosse legata anche al mondo del libro e della cultura, oltre che alla produzione industriale. Osservarne le immagini storiche permette di comprendere il valore documentario delle architetture perdute: non restituiscono soltanto una facciata, ma suggeriscono abitudini domestiche, rapporti fra stanze e giardino e modi di rappresentare il prestigio personale. Un’altra presenza scomparsa era il villino Francetti Frova (vedi foto), realizzato nel 1895-1896 da Sebastiano Locati. Il suo elemento più riconoscibile era la torre ottagonale d’angolo, conclusa da una loggetta e da un cupolino. Una soluzione di questo genere trasformava la casa in un riferimento visivo e animava il profilo della strada, introducendo una componente quasi scenografica nel paesaggio residenziale. Locati, autore anche dell’Acquario Civico, testimonia il legame fra la progettazione delle dimore private e la cultura architettonica che avrebbe accompagnato la Milano dell’Esposizione del 1906. La perdita di questi villini invita a osservare la via come il risultato di sostituzioni e permanenze, senza immaginarla identica a quella delle fotografie di fine Ottocento. Fra le dimore ancora riconoscibili nella storia del luogo, villa Crespi, nota anche come villa Mondadori, occupa una posizione significativa. Fu progettata nel 1897 da Steno Sioli Legnani per l’imprenditore tessile Pasquale Crespi, fratello di Cristoforo Benigno, il fondatore del villaggio operaio di Crespi d’Adda. Alla matrice neorinascimentale si sovrapposero successivi rimaneggiamenti e decorazioni interne di gusto Liberty. Il suo percorso architettonico mostra come le abitazioni signorili fossero organismi in evoluzione, adeguati alle esigenze dei proprietari e ai cambiamenti del gusto. Accanto alle vicende delle singole famiglie, emerge così un aspetto più generale della città industriale: la dimora privata e lo stabilimento produttivo appartenevano a luoghi differenti, ma erano espressioni della stessa trasformazione economica e sociale. Il quartiere si comprende tuttavia anche attraverso gli edifici destinati alla vita collettiva. Verso piazza Tommaseo, la chiesa di Santa Maria Segreta conserva una storia particolarmente eloquente. La parrocchia si trasferì dall’area del Cordusio al nuovo rione, accompagnando lo spostamento di parte della propria comunità. Il progetto di Augusto Brusconi riprese il carattere della chiesa precedente e ne recuperò marmi, altari e arredi, intrecciando una costruzione nuova con memorie materiali più antiche. Nel 1924 fu inoltre ricomposta sul fianco la facciata della demolita chiesa di San Giovanni Decollato alle Case Rotte. Questa presenza aggiunge al paesaggio del quartiere una dimensione diversa: la modernizzazione urbana poteva cancellare edifici in un luogo e conservarne frammenti in un altro, creando continuità attraverso il riuso. La vicinanza dell’Istituto delle Marcelline completa l’immagine di un ambiente nel quale residenza, educazione e vita religiosa concorrevano alla formazione di una comunità. Persino il cinema ha riconosciuto la forza espressiva di questi spazi: in Teorema, del 1968, Pier Paolo Pasolini utilizzò piazza Tommaseo, la chiesa, l’istituto e via XX Settembre per rappresentare il mondo borghese milanese. La passeggiata può quindi diventare una lettura di scale diverse, dal disegno del quartiere al particolare di una cancellata. Guardare una loggia significa domandarsi come la casa si aprisse verso il giardino; riconoscere una torre suggerisce il desiderio di distinguere una dimora dalle altre; confrontare le costruzioni sopravvissute con quelle documentate nelle fotografie permette di misurare ciò che la città ha conservato e ciò che ha sostituito. Il fascino di via XX Settembre nasce proprio da questo intreccio fra progetto urbano, ambizioni private e memoria collettiva, ancora leggibile nella relazione fra architettura e verde.