Arnaldo Pomodoro e la sua Arte
Arnaldo Pomodoro occupa una posizione centrale nella scultura italiana e internazionale del secondo Novecento perché ha saputo trasformare le forme più pure della geometria in organismi complessi, attraversati da fratture, cavità e trame interne che sembrano rivelare l’energia segreta della materia. Nato nel 1926 nel Montefeltro e formatosi nell’area di Pesaro, dopo gli studi da geometra si avvicinò alla scenografia e all’oreficeria, esperienze decisive per la precisione costruttiva, l’attenzione al dettaglio e la sensibilità verso il rapporto fra superficie, luce e spazio che avrebbero caratterizzato tutta la sua attività. Nel 1954 si trasferì a Milano, città nella quale visse e lavorò e dove entrò in contatto con il clima di intensa sperimentazione che accompagnava il superamento della scultura tradizionale. Le prime ricerche si svilupparono attraverso rilievi e tavolette nei quali metalli diversi, come piombo, stagno e zinco, venivano organizzati in campi fittamente incisi: segni minuti, alfabeti indecifrabili e impronte simili a scritture arcaiche componevano superfici dense, sospese fra memoria di civiltà scomparse e immaginazione tecnologica. Fin dall’inizio, infatti, Pomodoro non considerò il segno come semplice decorazione, ma come elemento capace di raccontare, suggerire un’origine e custodire un significato che non si lascia tradurre in parole. Nelle Tavole dei segni e nelle opere legate alla memoria e al calcolo si riconosce già quella tensione fra passato remoto e futuro che resterà una delle costanti della sua poetica: le incisioni possono ricordare reperti archeologici, mappe, circuiti o meccanismi, senza coincidere mai con un linguaggio conosciuto. All’inizio degli anni Sessanta questa scrittura plastica uscì progressivamente dal piano e conquistò la terza dimensione. Colonne, cubi, cilindri, dischi e soprattutto sfere divennero le strutture fondamentali della sua ricerca, non perché l’artista cercasse una geometria fredda e perfettamente chiusa, ma perché proprio la regolarità di quei volumi gli consentiva di rendere più evidente il contrasto con l’irregolarità del loro interno. La superficie esterna, levigata e luminosa, riflette lo spazio circostante e appare compatta; le fenditure che la interrompono permettono invece di intravedere una profondità tormentata, fatta di denti, cunei, ingranaggi, nervature e stratificazioni. È come se l’involucro fosse stato corroso, aperto o esploso, mostrando una macchina nascosta oppure le tracce di un processo naturale avvenuto nel tempo. Da questa opposizione fra ordine e disgregazione, pienezza e vuoto, esterno e interno nasce la forza delle opere di Pomodoro: la bellezza della forma integra non viene negata, ma resa problematica dalla scoperta di ciò che contiene. La sfera, figura perfetta e universalmente riconoscibile, diventa così il suo emblema più celebre. Nelle diverse versioni delle Sfere e delle Sfere con sfera, il volume sembra insieme un pianeta, un corpo vivente e un congegno cosmico; la parte lucida accoglie la luce e riflette chi osserva, mentre l’apertura rivela un nucleo inquieto, moltiplicando il rapporto fra ciò che si vede e ciò che rimane nascosto. Lo stesso principio anima i grandi dischi, le ruote, le colonne e i solidi monumentali: forme elementari, immediatamente leggibili da lontano, si trasformano avvicinandosi in paesaggi intricati che invitano lo sguardo a entrare nella materia. Il bronzo, materiale privilegiato dall’artista, possiede la solidità necessaria alla scala monumentale ma anche una qualità cromatica e luminosa capace di cambiare con l’ambiente; la lucidatura di alcune zone e la lavorazione aspra di altre fanno sì che la luce partecipi attivamente all’opera, sottolineando alternativamente la continuità dell’involucro e l’ombra delle cavità. Pomodoro unì sempre la conoscenza artigianale dei materiali all’interesse per la tecnologia e per i procedimenti industriali, senza rinunciare alla componente manuale e segnica: anche quando la scultura raggiunge dimensioni architettoniche, conserva l’impronta di un gesto che ha inciso, modellato e scavato. Il viaggio negli Stati Uniti compiuto nel 1960 contribuì ad ampliare il confronto con le possibilità tecniche e spaziali della scultura contemporanea; negli anni successivi la sua opera ottenne un riconoscimento sempre più vasto, testimoniato dai premi alle Biennali di San Paolo e di Venezia e, nel 1990, dal Praemium Imperiale. La dimensione pubblica fu un aspetto essenziale del suo lavoro. Pomodoro non concepiva la scultura monumentale come un oggetto isolato, ma come una presenza capace di misurarsi con piazze, giardini, edifici e percorsi urbani, modificando la percezione del luogo. La Sfera grande, realizzata per l’Esposizione universale di Montréal del 1967 e successivamente collocata davanti alla Farnesina a Roma, il Grande disco di piazza Meda a Milano, la Colonna a grandi fogli presso la sede Mondadori di Segrate e la Sfera con sfera nel piazzale delle Nazioni Unite a New York mostrano come lo stesso vocabolario possa dialogare con contesti molto differenti. Le superfici specchianti assorbono il movimento della città, le variazioni atmosferiche e la presenza delle persone, mentre le lacerazioni interne introducono nel paesaggio costruito una dimensione enigmatica. In queste opere il monumento non celebra un racconto già definito: offre piuttosto un centro visivo e simbolico attorno al quale lo spazio collettivo può organizzarsi. La ricerca di Pomodoro si estese inoltre oltre i confini consueti della scultura, coinvolgendo disegno, grafica, gioiello, arti applicate, progettazione architettonica e teatro. La passione per la scena, nata già nelle esperienze giovanili, lo accompagnò per decenni e gli permise di pensare lo spazio come luogo di apparizione, movimento e racconto. Sculture e scenografie condividono la stessa capacità di evocare mondi senza descriverli letteralmente: porte, soglie, obelischi, macchine e architetture impossibili costruiscono ambienti nei quali mito e contemporaneità si sovrappongono. Anche i progetti territoriali, come quello sviluppato per Pietrarubbia, rivelano il desiderio di far sconfinare la forma plastica nell’architettura e nell’urbanistica, mettendola in relazione con la storia e con l’identità di un luogo. Un esito particolarmente intenso di questa concezione è l’Ingresso nel Labirinto, opera ambientale elaborata fra il 1995 e il 2011 e ispirata anche all’Epopea di Gilgamesh. Qui lo spettatore non osserva la scultura soltanto dall’esterno, ma vi entra fisicamente, attraversando spazi nei quali segni, rilievi e superfici evocano tempi lontani, civiltà scomparse e passaggi della vicenda umana. Il labirinto riunisce molti temi dell’intero percorso dell’artista: la scrittura indecifrabile, la soglia, il viaggio, la memoria, l’interno celato e la trasformazione del tempo in spazio. L’opera rende evidente come la frattura presente nelle sfere non sia soltanto una rottura materiale, ma un invito alla conoscenza: aprire una forma significa superarne l’apparenza, confrontarsi con la complessità che abita ogni ordine e scoprire che dentro una superficie perfetta possono convivere costruzione e rovina, razionalità e mistero. Nel 1996 Pomodoro istituì la Fondazione che porta il suo nome, pensandola come luogo di documentazione e studio della propria opera e, più ampiamente, come centro dedicato alla scultura contemporanea. Questa attenzione alla conservazione, alla ricerca e alla trasmissione permette di leggere la sua attività non come una successione di immagini celebri, ma come un sistema coerente e continuamente rinnovato. Fino alle sperimentazioni degli anni Duemila egli tornò sui propri nuclei fondamentali senza ripeterli meccanicamente, variando scale, materiali, aperture e rapporti con l’ambiente. Scomparso a Milano nel 2025, alla vigilia del centenario della nascita, Pomodoro lascia un’opera riconoscibile in tutto il mondo e tuttavia resistente a una lettura immediata. Un linguaggio capace di essere monumentale senza diventare retorico e di parlare a tutti attraverso forme universali, lasciando però aperto il senso dei segni e il mistero di ciò che custodiscono.